Energia cara, costo del lavoro elevato, regole ambientali stringenti. In un mercato globale dove non tutti giocano con le stesse regole, quanto è sostenibile fare business in Italia?
Fare impresa in Italia oggi significa operare dentro un paradosso.
Da un lato siamo la seconda manifattura d’Europa, con una tradizione industriale che spazia dall’automotive alla meccanica di precisione, dall’agroalimentare al design, dalla moda alla farmaceutica.
Dall’altro lato siamo uno dei Paesi con:
- tra i costi energetici industriali più alti d’Europa (dati Eurostat e ARERA 2024),
- un costo del lavoro aziendale medio superiore ai 30 euro l’ora nel manifatturiero (fonte Eurostat),
- una pressione fiscale complessiva tra le più elevate dell’area OCSE,
- una burocrazia che la Banca Mondiale ha più volte classificato come lenta e complessa rispetto ai principali competitor.
Il problema non è la globalizzazione in sé.
Il problema è la globalizzazione asimmetrica.
Mercato unico, regole diverse
Prendiamo un esempio simbolico: l’automotive.
Un’auto prodotta in Italia o in Germania deve rispettare:
- standard ambientali tra i più severi al mondo,
- sistemi ETS (carbon pricing),
- normative su emissioni e transizione elettrica,
- costi energetici elevati,
- costo del lavoro significativamente superiore rispetto a molti Paesi asiatici.
Secondo le stime medie:
- costo del lavoro manifatturiero Italia: oltre 30 €/ora,
- Germania: oltre 40 €/ora,
- Cina: tra 6 e 8 €/ora (stime medie industriali),
- Paesi del Sud-Est asiatico: anche inferiori.
Il mercato però è globale.
E il prodotto finale compete nello stesso showroom.
L’auto è solo un esempio.
Lo stesso schema vale per:
- acciaio,
- chimica,
- tessile,
- componentistica elettronica,
- elettrodomestici,
- agroindustria.
L’Europa sceglie standard più elevati (ambientali, sociali, di sicurezza).
Altri Paesi no.
E il consumatore finale vede solo il prezzo.
La transizione verde: necessaria ma asimmetrica
L’Unione Europea ha scelto una linea ambiziosa su clima ed energia:
- Green Deal,
- neutralità climatica,
- riduzione emissioni,
- meccanismo CBAM per tassare importazioni ad alta intensità carbonica.
La direzione può essere condivisibile.
Ma il problema è temporale e competitivo.
Se l’Europa accelera mentre altri mercati rallentano o non adottano gli stessi vincoli, il rischio è evidente:
si aumenta il costo interno prima di aver riequilibrato le condizioni esterne.
Nel frattempo, le imprese italiane devono:
- investire in riconversione,
- sostenere costi di compliance,
- mantenere margini sempre più ridotti.
Non è una questione ideologica.
È un problema di struttura dei costi.
Energia: il vero nodo
Secondo Eurostat, nel 2024 il costo medio dell’energia per le imprese italiane è rimasto stabilmente superiore alla media UE.
Per un’industria energivora questo significa milioni di euro di differenza annua rispetto a competitor internazionali.
Un’impresa italiana paga l’energia più cara.
Un’impresa asiatica spesso beneficia di politiche industriali e sussidi interni.
Entrambe vendono nello stesso mercato globale.
La differenza non è morale.
È numerica.
Il tessuto produttivo italiano: un gigante fragile
Oltre il 90% delle imprese italiane è micro o piccola impresa (ISTAT).
Questo significa:
- capitale limitato,
- minore capacità di assorbire shock normativi,
- minore potere contrattuale internazionale,
- minore accesso al credito rispetto ai grandi gruppi multinazionali.
Il sistema non incentiva realmente la crescita dimensionale.
Anzi, spesso la complessità fiscale e normativa penalizza chi prova ad espandersi.
In un contesto globale competitivo, questa fragilità diventa un fattore sistemico.
La politica industriale: visione o navigazione a vista?
Qui emerge la domanda centrale.
Cosa fa il governo italiano in questo contesto?
Ridurre il cuneo fiscale è un intervento utile, ma non strutturale.
Incentivi a pioggia aiutano nel breve periodo, ma non modificano la struttura competitiva.
Il nodo non è solo fiscale.
È strategico.
Serve una politica industriale che:
- difenda gli interessi italiani nei tavoli europei,
- compensi asimmetrie normative,
- riduca il costo energetico strutturalmente,
- incentivi crescita dimensionale,
- sostenga innovazione reale e non solo sussidi temporanei.
Adam Smith parlava di mercato libero, ma presupponeva regole simmetriche.
Karl Polanyi ricordava che un mercato completamente deregolato può distruggere il tessuto sociale.
Dani Rodrik parla del “trilemma della globalizzazione”: non si possono avere contemporaneamente iper-globalizzazione, piena sovranità nazionale e democrazia senza tensioni.
Il punto non è chiudersi.
È riequilibrare.
La vera domanda
L’Italia vuole restare potenza manifatturiera?
Se la risposta è sì, allora serve coerenza.
Non si può chiedere alle imprese:
- di sostenere costi ambientali avanzati,
- di pagare energia più cara,
- di competere con salari globali molto più bassi,
- di assorbire pressione fiscale elevata,
e allo stesso tempo pretendere competitività internazionale.
Se il quadro resta questo, il rischio non è solo la perdita di quote di mercato.
È la lenta desertificazione industriale.
Il tempo delle scelte
Il dibattito non è tra “pro-globalizzazione” e “anti-globalizzazione”.
È tra:
- globalizzazione regolata,
- e globalizzazione ingenua.
Il vero rischio non è la concorrenza.
È la concorrenza strutturalmente sbilanciata.
Un Paese maturo non si autoflagella in nome della purezza normativa.
Costruisce condizioni eque.
La domanda finale non è ideologica.
È concreta:
vogliamo aspettare che interi comparti produttivi scompaiano prima di intervenire?
Perché nel mercato globale non sopravvive chi ha ragione.
Sopravvive chi ha equilibrio tra regole, costi e visione.
E oggi la sensazione diffusa è che la visione manchi.
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